Proporre il “ragionevole dubbio” non significa difendere un indagato

Non condivido, e l’ho scritto nei commenti sul sito del Corriere a margine dell’articolo, la semplificazione secondo cui Radio Padania e Giulio Cainarca affermerebbero che Massimo Bossetti è innocente, solo perché mettono sul piatto anche posizioni discordanti dalla condanna già scritta nel processo mediatico. Proporre il “ragionevole dubbio”, che deve essere scongiurato quando si tratta di condanne per reati tanto gravi, non significa stare dalla parte del colpevole, ma evitare la condanna di un innocente. Certo, in un paese normale questo non avverrebbe, ma in un paese normale difficilmente la “giustizia” riuscirebbe ad emettere 5 sentenze discordanti tra di loro, come per l’omicidio della giovane Meredith a Perugia.

Ecco l’articolo del Corriere: http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/15_aprile_23/bossetti-innocente-radio-padania-calderoli-ma-carcere-io-mano-non-gliel-ho-stretta-cc1cf660-e97c-11e4-8a77-30fcce419003.shtml

Puntuali e prevedibili sono arrivate le precisazioni di Giulio Cainarca, anticipate su Facebook, e qui di seguito le pubblico integralmente:

Solo qualche precisazione:

1) Non c’è alcuna “campagna” di Radio Padania sul caso Bossetti. Me ne sto occupando, come altri numerosi colleghi. Forse coloro che hanno pubblicato più di un articolo sul caso in questione sono tutti autori di “campagne” giornalistiche a tesi?

2) Radio Padania non ha sostenuto che Bossetti è innocente, come titola invece il sito del Corriere della Sera. Uno degli ospiti della trasmissione che conduco, l’avvocato D’Auria, ha espresso una opinione sul Dna come indizio e sulla non ripetibilità dell’esame del Dna che incrimina Bossetti, traendone una valutazione personale: questa valutazione viene spesa dal Corriere.it come la valutazione di Radio Padania, in modo impreciso e falsando la realtà. Caso mai, io, da giornalista, ho cercato di esaminare i fatti che sono emersi, anche basandomi su ciò che è stato pubblicato da altre testate giornalistiche. Il settimanale “Oggi”, in edicola il giorno della mia trasmissione, faceva riferimento a ciò che la difesa di Bossetti ha scoperto in relazione a un furgone (per niente “simile a quello di Bossetti”, come erroneamente l’autore dell’articolo scrive attribuendo a me questa frase) comprato da Mohamed Fikri poco prima della scomparsa di Yara Gambirasio e rottamato in Marocco pochi mesi dopo: “E la difesa torna a parlare di Fikri”, titolava Oggi. Avendo come ospite l’avvocato difensore di Bossetti, non dovevo forse chiedergli di ciò che la difesa aveva scoperto e di ciò che aveva scritto un settimanale la mattina stessa? Vi sono poi moltissimi articoli, su diverse testate, che parlano di Fikri anche dopo che la sua posizione nell’indagine è stata archiviata. Dovremmo dedurne che anche i giornalisti delle testate in questione siano artefici e promotori della “campagna” che il Corriere.it attribuisce a Radio Padania? Il fatto che Fikri sia cittadino marocchino è un dato di fatto, non una mia opinione dovuta al fatto di lavorare a Radio Padania. O no?

3) L’autore dell’articolo scrive che la trasmissione “sarebbe andata in una direzione ben precisa” e che ciò si poteva dedurre “dagli ospiti”. Domanda: quando una testata giornalistica dà conto delle accuse degli inquirenti la possiamo accusare di “andare in una direzione ben precisa”? Oppure diciamo che sta esercitando il diritto/dovere di cronaca? E il diritto/dovere di cronaca si esercita anche a beneficio della difesa di un imputato o solo a beneficio della pubblica accusa? Il Codice in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie nelle trasmissioni radiotelevisive, firmato dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa nel 2009, afferma tra l’altro che l’attività giornalistica, in parallelo a quella di accertamento giurisdizionale, “determina le condizioni di un circuito virtuoso potendo dare impulso ad iniziative processuali della difesa (il grassetto è mio) e degli stessi organi giudicanti nella prospettiva dell’espansione degli spazi di garanzia degli indagati e degli imputati, della completezza delle indagini e della maturazione del libero convincimento”. Facendo parlare l’avvocato difensore di Bossetti e il Presidente di un Centro Studi che si pone il problema della valutazione della prova scientifica, si ottempera a ciò che prevede il Codice – e il buon senso e il rispetto delle garanzie – o si fanno “campagne”?
4) Il richiamo al fatto che mi sono occupato anche della strage di Erba serve all’autore dell’articolo per introdurre la tesi più pericolosa e diffamante: che io, in quanto giornalista di Radio Padania, sia una persona che va in cerca di colpevoli che non siano cittadini italiani e che mi spenda per difendere imputati italiani e segnatamente “lombardi”, come Olindo Romano, Rosa Bazzi e Massimo Giuseppe Bossetti. Diversi commenti ospitati sul sito sono incentrati su questa pregiudiziale etno-antropologico-politica suggerita dall’autore dell’articolo e dalla titolazione del Corriere.it. Poiché curo la rassegna stampa di Radio Padania da molti anni, mi capitò di andare in onda la mattina dopo la strage di Erba. Nella notte, la procura di Como aveva convocato una conferenza stampa per far sapere che era sulle tracce dell’autore della strage: il tunisino Azouz Marzouk. La procura aggiunse che stava per catturarlo. I giornali uscirono con titoli che incriminavano Marzouk. Memore della vicenda del duplice omicidio di Novi Ligure, del quale in un primo momento furono accusati erroneamente dalla stampa non meglio identificati cittadini albanesi, quella mattina presi le distanze dall’incriminazione di Marzouk a mezzo stampa. I fatti mi diedero ragione, come tutti sanno. Lo stesso Marzouk fu mio ospite in trasmissione ed ebbe modo di esprimere la propria opinione sulla strage. Considero perciò grave ciò che l’articolo suggerisce: lo stereotipo diffamante del giornalista che, siccome lavora a Radio Padania, è un “cacciatore” (mediatico) di stranieri.

5) L’autore dell’articolo scrive poi che “le considerazioni di Cainarca non aiutano a riequilibrare il dibattito”, poiché io mi sono permesso di citare la scoperta della difesa a proposito del furgone comprato da Fikri dieci giorni prima della scomparsa di Yara Gambirasio e rottamato in Marocco dopo pochi mesi. Forse questo fatto non meritava una domanda all’avvocato che ha affermato di averlo scoperto? Cosa significa “equilibrio” del dibattito relativamente a un fatto del quale nessuno era a conoscenza fino al momento in cui l’avvocato difensore di Bossetti lo rivela? Forse avrei dovuto immedesimarmi nei panni del Pubblico Ministero e sottoporre l’avvocato difensore di Bossetti a un interrogatorio? O avrei dovuto invitare il Pubblico Ministero in trasmissione, evitando di fare la trasmissione in caso di suo diniego? Che concetto di giornalismo e di informazione esce da ciò che scrive l’autore dell’articolo?

6) Il giornalista del Corriere.it aggiunge poi un altro particolare: nel formulare una domanda, io avrei fornito un “assist perfetto” all’avvocato difensore di Bossetti, perché gli ho domandato se dalla lettura delle carte processuali fosse emerso con chiarezza, a suo giudizio, il motivo per cui sia stata scartata la pista di indagine relativa al cantiere di Mapello al quale avevano condotto i cani molecolari utilizzati per la ricerca della scomparsa Yara Gambirasio. Qui il giornalista offende un suo collega e lo accusa di “intelligenza” con l’avvocato difensore. Ho sentito l’avvocato Salvagni il giorno prima dell’intervista. Non abbiamo parlato delle domande che gli avrei rivolto l’indomani e che sono nate dalla lettura del settimanale Oggi uscito la mattina stessa dell’intervista. E in ogni caso non era forse legittimo chiedere a chi come lui ha letto le carte processuali una valutazione in merito a un punto specifico? Se fosse stato mio ospite il giornalista del Corriere.it autore dell’articolo in questione, che certamente ha letto tutte le 59mila pagine dell’inchiesta, avrei potuto rivolgere a lui la medesima domanda: questo forse avrebbe significato che io e Fabio Spaterna saremmo stati “complici” di chissà quale “campagna” mediatica?

7) Un’ultima questione: citare Matteo Salvini per sottendere che io non abbia voluto separare cronaca e politica è un espediente piuttosto miserevole per “buttarla in politica”, come si suol dire. Raccogliere il parere del Sen. Calderoli e del Segretario della Lega di Bergamo Belotti per mostrare che perfino loro “sconfessano” il giornalista di Radio Padania è un comportamento che dal punto di vista della correttezza tra colleghi si commenta da solo. Forse l’autore dell’articolo auspica che, mostrando autorevoli esponenti del movimento leghista contrari a ciò che lo stesso articolista suppone essere la mia posizione, ne possa derivare qualche forma di limitazione, da parte dello stesso movimento politico, alla mia attività professionale come giornalista di Radio Padania? Son certo che questo non era il fine del collega Spaterna, né quello del Corriere.it, ma rimane lo spiacevole retrogusto di un’operazione di “bassa lega” (e chiedo venia per il banale gioco di parole).

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